MUSA

un progetto di Salvatore Giò Gagliano

con Roberta Pastore

immagini fotografiche di Salvatore Giò Gagliano

opere selezionate della collezione del Museo Borgogna

testi di Lorella Giudici e Cinzia Lacchia

Vercelli, ex Monastero di Santa Chiara e Museo Borgogna

nel contesto della mostra “Letterature urbane 7.0”

in collaborazione con Associazione “Perché no ?”, ANFFAS Vercelli, Comune di Vercelli

26 novembre – 11 dicembre 2022

PROROGATA AL 23 DICEMBRE


L’ Associazione “Perché no?” di Vercelli organizza anche quest’anno “Letterature urbane 7.0”, manifestazione culturale e solidale che si svolge presso l’ex monastero di Santa Chiara dal 26 novembre all’11 dicembre 2022.
Attraverso una mostra fotografica l’iniziativa si propone di promuovere il codice europeo contro il cancro e raccogliere fondi per la ricerca a beneficio della Fondazione AIRC.
Il tema della rassegna di quest’anno è “La presenza dell’antico. Interpretazioni”.
L’artista vercellese Salvatore Giò Gagliano, uno degli ospiti dell’iniziativa, ha deciso di creare il progetto MUSA rendendo nuovamente protagonista dei suoi scatti fotografici la sua modella speciale, Roberta Pastore, ospite dell’ ANFFAS di Vercelli, in dialogo con le opere del Museo Borgogna di Vercelli.
Dice Gagliano: “Una musa impegna l’artista a livello intellettuale, spronandolo a inseguire idee creative che qualcun altro non sarebbe davvero in grado di capire. Per essere una musa, deve incoraggiare l’artista a esplorare più a fondo invece che a trattenersi. Nessun argomento di discussione dovrebbe essere proibito. Così in questi ultimi ventitré anni Roberta ha rappresentato per me una vera musa ispiratrice, dandomi la possibilità di coniugare l’Arte al mondo del Sociale, interpretando personaggi e facendomi riflettere su diversi argomenti attraverso il suo sguardo”.

Scopri di più sull’artista

Introduzione di Cinzia Lacchia, conservatrice del Museo Borgogna

Il percorso Musa, proposto dall’artista Salvatore Giò Gagliano con la sua modella Roberta, sviluppa un tema mitologico antico e che nutre ancora la produzione artistica contemporanea: l’ispirazione dell’arte attraverso il ruolo delle Muse, le nove figlie di Zeus e Mnemosine, protettrici del canto e della danza.
A loro simbolicamente si fa risalire anche la nascita della locuzione stessa di museo quale “luogo sacro alle Muse”. Dopo una passeggiata all’interno delle sale del Museo Borgogna, Roberta ha scelto liberamente le quattro opere con le quali Gagliano ha fermato i suoi scatti e quindi il suo sguardo.
Ogni opera è descritta dagli occhi e dalle voci dei vari protagonisti: quello della modella, quello dell’artista, quello della critica d’arte e quello del conservatore del Museo.
Un invito a guidare e stimolare anche il vostro sguardo… indispensabile nella fruizione dell’arte.

Introduzione di Lorella Giudici, curatrice

Roberta è una Musa speciale e come tale è al di sopra del tempo e dell’ordinario affanno. Roberta possiede il raro seme della purezza e se ne serve per guardare il mondo. E questo è il segreto del suo ricorrente stupore, ma anche l’origine del disagio di vivere in una società impreparata ed egoista. Roberta non conosce la storia dell’arte, non si occupa di musei e non sa misurare la vita con il metro del tempo.
Per lei passato e futuro si uniscono in un eterno presente, per cui epoche come il Medioevo, il Rinascimento o il Novecento ai suoi occhi sono tutte contemporanee e totalmente scardinate da vincoli sociali, politici, economici e stilistici.
Le è stato chiesto di entrare nelle sale del Museo Borgogna e di scegliere quattro opere con cui relazionarsi. Un invito che nasce da un progetto artistico, quello di Giò Gagliano, che conosce Roberta da molto tempo e che sa che non c’è modo di condizionarla o di prevederne le risposte ed è però pronto ad accogliere tutto ciò che la sua Musa vorrà e a immortalarla in meravigliosi scatti fotografici.
Guidata solo dal proprio istinto, Roberta ha scelto quattro opere, due sculture e due dipinti, tra le più cariche di affetti, quelle dove il legame figliale e la semplicità dell’amore incondizionato vincono sulla forma e sulla materia; capolavori dove la bellezza è nella dolcezza delle linee, nell’armoniosità del creato, nella poesia dei gesti, nel corpo di una dea o nella tenerezza di una madre.
Armato di macchina fotografica, Giò ha immortalato la sua Musa accanto a ciascuna delle opere selezionate, restituendoci una serie di temi e di riflessioni che vanno ben oltre la superficie delle cose.

Salvatore Giò Gagliano, MUSA #01 
Modella Roberta Pastore
stampa HD carta fotografica su alluminio
2022
La prima sosta è davanti al dolce Amore velato di Giuseppe Carnevale.
Il figlio di Venere, che ha la testa avviluppata in un drappo, come Roberta non ha bisogno degli occhi per guidare il cuore. Gagliano ha subito colto, nel grande occhio azzurro e nel lieve rossore dell’unica guancia visibile della sua Musa, tutto il languore e l’infinito di un sentimento e di un’empatia che vanno al di là del dato fisico. C’è la bellezza e l’incommensurabilità di un sentimento pulito, incontaminato, fatto di amore sublimato e di arte vissuta come essenza e come confessione di vita.

Giuseppe Carnevale (Castelnuovo Scrivia, Alessandria notizie dal 1871 al 1908), Amore velato, post 1878,
marmo.
La scultura è collocata in questo elegante spazio che, già nell’allestimento originale della casa-museo, costituiva un loggiato aperto dove erano esposte altre sculture in marmo con soggetti mitologici.
Si tratta di una replica, dimensionalmente identica seppur con qualche piccola differenza nelle decorazioni degli elementi vegetali, dell’opera Amore segreto firmata da Antonio Rossetti (Milano 1819-1889) e datata 1878 che figurava nell’asta dei marchesi De la Gandara tenutasi a Napoli nel 1901, cui il nostro collezionista aveva partecipato. Il fanciullo alato, riccioluto e sorridente, è seduto su un tronco di albero dalla corteccia fortemente rugosa arricchita da funghi, foglie e fiori che contribuisce a far risaltare per contrasto la levigatezza delle paffute carni del protagonista. Egli trattiene dietro la schiena tre frecce appuntite, suo attributo consueto per far innamorare o allontanare dei o umani colpiti dal suo arco. Sta scostando da sé un velo drappeggiato che lo rende cieco e inaffidabile come la casualità dell’amore e l’insensatezza degli amanti che caratterizza la passione amorosa. Tale elemento contribuisce a enfatizzare anche il virtuosismo tecnico dello scultore che suggerisce, con una sensazione tattile, le forme sottostanti.

Salvatore Giò Gagliano, MUSA #02
Modella Roberta Pastore
stampa HD carta fotografica su alluminio
2022
La bella fanciulla del dipinto è Antiope, figlia del re di Tebe. Pietro Liberi la ritrae mentre sta dormendo nella grotta dove si è rifugiata per l’arrivo di un temporale. Dietro di lei appare un Satiro, sotto le cui spoglie si nasconde Giove. Il dio la possiede e lei rimane gravida. Le conseguenze saranno pesanti. Per sottrarsi alle ire del padre e dello zio, che non credono alla natura divina del suo amante, Antiope fugge da Tebe e trova rifugio a Sicione,
dove sposa Epopeo. Lico non ha dimenticato e, per riprendersi la donna, conquista e distrugge Sicione, uccide Epopeo e conduce via Antiope in catene. Antiope è prossima al parto, darà alla luce due gemelli, ma sarà costretta ad abbandonare le sue creature e affidarle alle cure di un mandriano. Per questo scatto Gagliano ha lasciato metà dello spazio al viso di Roberta e ha raccolto le sue impressioni così come le sgorgavano dal cuore. Non ha occultato il suo strabismo, il suo cromosoma mancante e nemmeno la piega dubbiosa delle sue labbra, ma l’ha ritratta come una dama del Seicento, con i capelli sparsi in una raggera di boccoli e il volto di porcellana. L’espressione di Roberta, dentro la quale è possibile leggere preoccupazione, perplessità, dubbio e partecipazione, anticipa il dipinto perché noi siamo chiamati a vederlo attraverso lei. È come se Gagliano volesse mostrarci le belle opere del Museo che tanti critici ed esperti hanno egregiamente guardato e commentato con un punto di vista totalmente nuovo, inaspettato e commovente, che tante verità inedite sa svelare.

Pietro Liberi (Padova, 1614-Venezia, 1687), Antiope addormentata con Giove in forma di satiro e amorini, tela

Il dipinto, di dimensioni ragguardevoli e con una preziosa cornice, venne donato al Museo dal primo presidente e nipote del fondatore, l’avvocato Francesco Borgogna nel 1923 con l’attribuzione al pittore seicentesco fiammingo Anton Van Dick. E’ in realtà una importante opera della pittura barocca veneta il cui tema mitologico, che si fonda sul racconto delle Metamorfosi di Ovidio, richiama la tradizione iconografia consolidata delle Veneri e definisce una tipologia di grande successo nella rappresentazione del nudo femminile giacente.
L’artista padovano si ispira quindi sia a modelli della tradizione veneta del Rinascimento, come le note opere di Giorgione e Tiziano, sia alle interpretazioni seicentesche e gestisce con grande maestria la tecnica sciolta e corposa del colore.

Colpisce nella composizione della scena la corale gestualità dei personaggi: l’irrompere dei putti che cercano di preservare il sonno della ninfa, il gesto del silenzio dell’amorino a destra per ammonire Giove nelle vesti di satiro e indispettito per la loro intromissione; la seducente Antiope poggia, forse non involontariamente, la sua mano sul grembo per denunciare la sua futura maternità con il parto dei due gemelli Anfione e Zeto, frutto dell’incontro clandestino con il re degli Dei.

Salvatore Giò Gagliano, MUSA #03
Modella Roberta Pastore
stampa HD carta fotografica su alluminio
2022
Paride ha un arduo compito: deve scegliere la più bella.
Deciderà di dare la mela ad Afrodite, ma quel frutto (caduto nelle mani di Paride per volontà della dea Discordia) scatenerà una guerra. È il gioco degli opposti: la bellezza e l’orrore, l’armonia e la dissonanza, la vita e la morte. Nell’opera fotografica di Gagliano, Roberta non prende il posto di Afrodite, il suo viso si sovrappone a Paride. Per istinto e in qualità di Musa, lei sceglie il ruolo di giudice, vuole il potere di decidere chi e cosa è bello. E il suo occhio è attento, punta su ciò che ha davanti con la precisione di un tiratore. Roberta ha espresso la sua preferenza: ha prediletto lo splendore dell’arte, anche se questo potrebbe scatenare una diatriba perché il mondo non sempre comprende dove sta il bello, soprattutto quando deraglia dai canoni consueti, quando non è sulla superficie, ma si nasconde dentro le cose, nelle pieghe della vita.

Adriaen Van Der Werff (Kralingen, 1659-Rotterdam, 1722) (copia antica da), Il giudizio di Paride, rame

Il dipinto a olio è realizzato su una lastra di rame che permette di ottenere particolari effetti luministici nonostante l’ambientazione ombrosa dell’intera composizione inserita in una radura boscosa. Le figure emergono grazie a una calibrata fonte di luce che arriva da sinistra e permette di accentuare chiaroscuri con effetti di ombra che leggiamo sotto la gamba leggermente alzata di Paride, il giovane pastore, o nelle figure e animali in primo piano. L’episodio, tratto dalla mitologia greca e che diede origine alla guerra di Troia, mette in evidenza l’esito della scelta di Paride: Afrodite, dea dell’amore e vincitrice della mela d’oro che la decreta come “la più bella”, è nuda e affiancata dal piccolo Eros; il suo corpo risalta in primo piano e la sua vittoria è celebrata dalla danza dei due amorini sopra di lei che reggono corone di fiori. Le altre due dee sconfitte, Era e Atena, indietreggiano nell’oscurità verso Ermes che le aveva condotte al cospetto di Paride.

Salvatore Giò Gagliano, MUSA #04
Modella Roberta Pastore
stampa HD carta fotografica su alluminio
2022
La scelta di Roberta è andata ad un’altra scultura: una giovane madre (Venere) e un figlio (Amore) alle prese con un gioco innocente (ma anche simbolico). La dea nasconde nel panneggio le frecce del piccolo e lui, privato del suo archetto (e del suo potere), come tutti i bimbi s’imbroncia. Anche questa volta Gagliano ha ripreso il volto di Roberta da molto vicino. La presenza del blocco marmoreo nell’immagine fotografica è appena
visibile, ma il rimando iconografico è evidente nei capelli che scendono a ricciolo sulla spalla della Musa, come tante volte è accaduto nelle Veneri classiche. Il bel corpo acerbo e luminoso della giovanissima Venere di marmo passa in secondo piano, oscurato dall’amorevole complicità che la madre ha con il figlio, dal loro legame ancestrale. Ma lo sguardo assorto, lontano e profondo di Roberta la dice lunga. Nella fissità dei suoi occhioni ci sono tutte le domande che le sue labbra e la sua mente non sanno formulare, ma che, per istinto, attendono comunque una risposta perché pesano da sempre sulla sua vita.

Gustav Eberlein (Spickershausen 1847-Berlino 1926), Venere finge di rubare le armi ad Amore, 1891, marmo

Il gruppo scultoreo venne acquistato a Berlino e funse da modello per la realizzazione di un’altra scultura con lo stesso soggetto commissionata da Borgogna all’artista vercellese Francesco Porzio poi regalata all’Istituto di Belle Arti cittadino. In pendant con il gruppo al piano terra raffigurante Venere che castiga Amore (inv 1906, XI, 47), anche per quella con il ricorso a un modello in gesso di Eberlein, troviamo una narrazione quasi per
episodi successivi delle dinamiche tra la dea e mamma Venere e il figlio Cupido. Per gioco o per rimprovero, il soggetto permette allo scultore tedesco di dare prova della sua capacità di modellazione del nudo, nell’elegante posa stante di lei e in quella accucciata del bimbo, nel cadente panneggio mentre trattiene dietro di sé, nascondendola al bimbo piangente, la faretra con i dardi. La suggestione delle espressioni dei due protagonisti insieme alla ricercatezza dei dettagli sono riprese anche in un particolare visibile solo con la possibilità di ruotare il gruppo: il corpo della faretra ha le fattezze di un mascherone sorridente che riprende le teste di ariete scolpite nel basamento attorniate da puttini giocosi appoggiati a ghirlande fiorite.

Salvatore Giò Gagliano, PIETrAS
Modella Roberta Pastore
marmo di Carrara, 3M wallwrapping
PIETrAS al MUSEO BORGOGNA con la mostra End in Nation | back home | da altri mondi alla collezione Borgogna 2015

Il volto di Roberta affiora da un blocco di marmo bianco come una Musa dalla schiuma del mare. Gli occhi bassi e grondanti di lacrime, i lineamenti dolci e assorti, i capelli avvolti in un velo (un’iconografia che rimanda alle Madonne di Roberto Ferruzzi), la donna si raccoglie in una dignitosa e consapevole accettazione, simile a quella che spesso si legge sul volto di Maria quando regge sulle ginocchia il corpo esanime del Figlio.
La luce lattiginosa, che sembra uscire direttamente dal marmo, fa però dimenticare il peso della materia e conferisce al profilo di Roberta una consistenza diafana, dando un’ulteriore nota commovente alla sua disarmante umiltà.
Accanto alla luce c’è anche l’ombra: passaggi di grigi sempre più profondi modellano i contorni e velano i suoi occhi di una malinconia inconsolabile.

Scultore della Francia meridionale, Pietà, 1470-80 circa
legno intagliato e dipinto; proveniente dalla Chiesa San Giacomo Apostolo a Cascine Strà (Vercelli), in deposito dell’A.S.L. n. 11 di Vercelli

Il gruppo delle due figure, scolpite accostando tre blocchi di legno, conserva ancora, nonostante le traumatiche vicissitudini, parti della decorazione policroma originale.
E’ un’opera esemplare della tradizione iconografica europea nella raffigurazione del tema della morte attraverso il canone della pietà e della mater dolorosa. Il corpo disteso di Cristo, con il gesto esplicito del “braccio cadente della morte”, in grembo alla madre Maria che lo piange trattenendolo a sé, è una struttura compositiva triangolare che ci ricorda la stessa tipologia scelta dal giovane Michelangelo per la nota Pietà vaticana in marmo
(1497-99). La calotta cranica, che porta il segno di una fessura, suggerisce un possibile uso come contenitore delle reliquie. La scultura infatti proviene da una piccola chiesa di Cascine Strà, sulla strada che percorrono ancora oggi i pellegrini della via Francigena ed è stata per lungo
tempo oggetto di venerazione e contemplazione da parte dei fedeli locali e in transito.

Luoghi e orari:

mostra “Letterature Urbane 7.0” – ex Monastero di santa Chiara – corso Libertà, 300 – Vercelli

dal 26 novembre all’11 dicembre 2022

dal giovedì alla domenica: 17 – 19.30

Finissage 11 dicembre dalle 17 alle 19

Ingresso libero

 

MUSA al Museo Borgogna – via Antonio Borgogna, 4- Vercelli

dal 27 novembre all’11 dicembre 2022

martedì, mercoledì e venerdì: 14.30 – 17.30

giovedì: 13.30 – 17.30

sabato: 10 – 13

domenica: 11 – 17

Ingresso compreso nel biglietto d’ingresso al Museo